Accademie
Accademie per imparare a ri-governare il mondo

di Elvira Federici

Leggendaria 129/maggio 2018, pp. 72 e 73

Alla Gnam di Roma il via a un progetto che vuole dare autorità alle donne che intendono stare nei progetti sociali e nella sfera politica senza essere riassorbite nel “neutro” patriarcale. Un modo per uscire dall’estraneità radicale e mettere a frutto la rivoluzione femminile.

Ne parliamo con Annarosa Buttarelli

 

Presentate alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma dalla direttrice della Galleria Cristiana Collu e da Annarosa Buttarelli le “Accademia della Maestria Femminile”: un progetto che prende vita all’interno di una relazione politica paradigmatica del femminismo, in cui due donne si danno reciprocamente misura, valore, autorità. Ne parliamo con Annarosa Buttarelli, fondatrice, con altre, dell’Alta Scuola per donne di Governo.

Da dove nasce questo progetto?
“Tutto inizia con Sovrane (v. Leggendaria n. 109/2016), un libro dalla vista lunga sulla terza ondata del femminismo, quello che, dopo l’emancipazione (la prima), dopo la differenza (la seconda), mette a tema l’autorità femminile da esercitarsi nella vita pubblica, nei luoghi della conoscenza e del governo, fino a ora resi neutri dal patriarcato.”

In quale contesto politico e di relazioni si sviluppa?
“Il libro mi ha condotta in ogni dove a incontrare donne e uomini inquieti, esasperati in cerca di uno squarcio non previsto nella fitta oscurità in cui continua a stagnare la politica dei partiti, non solo in Italia. Si tratta dunque di tentare un salto in una nuova forma mentis, di fare tutto quello che è necessario per contribuire a rendere irreversibile la rivoluzione femminile e dare autorità alle donne che intendono stare nei processi sociali e nella sfera della politica, evitando l’inclusione nelle forme politiche del patriarcato e l’uso strumentale delle presunte qualità femminili da parte della
politica corrente o del mercato (dalle capacità di cura e di relazione al multitasking, per intenderci). Sono stati cinque anni di discussioni e confronti, nel corso dei quali ho portato le domande del femminismo in mezzo a un pubblico – popolo – eterogeneo, che pur non conoscendo il codice e il lessico del femminismo, ha scoperto che la differenza sessuale parla di un’autorità femminile a disposizione del cambiamento di civiltà. Non si tratta quindi di ciò a cui da anni stiamo assistendo: donne cooptate in un universo politico neutro conla funzione di occultarne o diluirne la sostanziale parzialità maschile e patriarcale.”

Perché è importante non tanto che le donne partecipino genericamente alla vita pubblica quanto che sia sostenuta l’autorità femminile?

“Questo passaggio cruciale nel femminismo si manifesta con il desiderio di essere al centro di processi di trasformazione che riguardano la politica e l’autorità. Anche se le femministe della differenza sembrano appagate della rivoluzione simbolica che ha messo in crisi irreversibilmente il patriarcato – il #Metoo a mio avviso ne è l’ultimo piùmarcato segnale – occorre guardare al fatto che si è concluso il tempo dell’“estraneità necessaria” per la ricostruzione di un simbolico differente dal neutro-maschile del patriarcato. Visto il radicamento delle donne nel simbolico, vista la loro forza e capacità di riconoscersi secondo una nuova misura, si può passare dalla radicale estraneità al confronto con le istituzioni della convivenza e della cultura; ma si tratta di mantenere la radicalità secondo una disposizione aperta al mondo di tutte e tutti. Guardiamo per esempio al movimento nudm: segnala in tutte le sue scelte – e la dichiara– la necessità di stare al centro dei processi sociali, perché ritiene che l’estraneità simbolica, scelta dal femminismo della differenza, produca irrilevanza; considera necessario per l’agire politico partire dalla condizione di precarietà strutturale del neocapitalismo ponendo la questione di come generare, da questa posizione, una proposta che non sia copiata dall’antagonismo neutro? È in questo snodo – vale a dire nella necessità di una radicalità che non si sfinisca nell’estraneità né si neutralizzi in pratiche meramente antagoniste – che si inserisce il lavoro di Sovrane, aprendo anche con gli uomini un terreno comune di discussione.
Presentando Sovrane nel 2013, Stefano Rodotà lo descrisse come il primo libro femminista radicale che parla anche agli uomini e permette di ripensare i fondamenti della rappresentanza. Sovrane descrive un’altra postura, inaugurale: vogliamo che la nostra autorevolezza abbia corso storico e su Accademie per imparare a ri-governare il mondo questo terreno con gli uomini possiamo confrontarci, poiché, secondo la folgorante considerazione di Simone Weil, ripresa dalla Libreria delle Donne di Milano: non si tratta di chiedere giustizia ma di fare giustamente.”

Come trasformare in sapere per tutte e tutti le pratiche femminili e femministe? Come partire da un’autorità non disponibile a neutralizzarsi nelle procedure e nelle norme?

“Le pratiche femminili e femministe, con il loro radicamento nell’esperienza, si fanno istituzione che la politica degli uomini deve interpellare se non vuole rimanere nell’insensatezza. Istituzione intesa come invenzione pratica e simbolica costruita da donne, tenendo conto della differenza sessuale, dove imparare a “non replicare pratiche di lavoro e di vita subordinate a meccanismi burocratici e standardizzati, che neutralizzano i valori e il merito della differenza”. Istituzione che non passi, come la politica patriarcale, per una inclusione che, neutralizzando, cancella e rende irrilevanti – o, peggio, utili a un maquillage del sistema – le donne.”

Quale percorso politico, quali pratiche di relazione sottendono alla Fondazione e alla Scuola? E cosa, propriamente, si fonda, anche sul piano simbolico?

“Nel lungo cammino per dare vita alla Fondazione, dalla quale si genera la Scuola di Alta Formazione per Donne di Governo, prendono vita le Accademie della Maestria femminile, laboratori del simbolico a partire dall’esperienza; abbiamo fatto altrettante conferenze con ventisei amministratrici del Veneto, magistrate, mediche, filosofe, psicoanaliste, dirigenti di istituzioni pubbliche, giuriste, ecc. Grazie a questi incontri è stata messa a punto l’idea di una Fondazione femminile/femminista, luogo di incrocio tra pratiche di autorità femminile, trasmissione dei saperi della differenza, laboratorio permanente per la riflessione sulle esperienze politiche, per le donne che non intendono farsi includere quando intendono agire il desiderio di stare con autorità nella polis; impresa che nasce nel solco delle fondazioni femminili come quelle di Teresa d’Avila o di Carla Lonzi. Fare il gesto: fondare un nuovo inizio, in continuità con la rivoluzione radicale del femminismo, con le sue ondate, le sue stesse differenze. La Fondazione richiede, già nella scrittura dello statuto, di ripensare, di trasformare, l’idea delle organizzazioni aziendali – a questo lavora la giurista Marta Equi Pierazzini – richiede di intravedere, anche tecnicamente, altro nella ruggine delle istituzioni giuridiche; rende possibile alle giovani neolaureate un titolo da spendere ma, soprattutto, una formazione che dichiara la sua parzialità: aperta a donne e uomini come offerta universale di formazione ma programmaticamente parziale, contro il falso neutro che ha caratterizzato il sapere patriarcale e la sua trasmissione. Rispetto a una formazione surrettiziamente neutra-universale e di fatto maschile, c’è lo svelamento e il riposizionamento sessuato: si tratta di un’offerta rivolta a tutte e tutti che, dichiarando la sua parzialità (quella di un sapere che nasce dal pensiero e dall’esperienza delle
donne), non impone l’universale. Lavora a questo progetto di fondazione un comitato di cui fanno parte tra le altre, Alessandra Bocchetti, Letizia Paolozzi, Cristiana Collu e, mentre procede il lavoro sulla fondazione, per permettere un lavoro più libero e una presenza territoriale ecco la proposta delle accademie: laboratori di trasmissione, riflessione, documentazione, esperienza in contesti: Richiamandosi alla genealogia femminile e all’esperienza storica delle Preziose, le Accademie rappresentano presidi di ricerca ad alto livello e aggregazioni stabili riferite alla maestria femminile.”

Come si svolgono le Accademie?
“Il lancio nazionale delle Accademie è avvenuto alla Gnam, dove si stanno tenendo le prime dieci disponibili, con un gesto di messa in valore della relazione politica fra donne e al contempo di presa in carico della formazione in quanto servizio pubblico. Sarà possibile riproporle, con i necessari adeguamenti di contesto, nelle scuole, presso gli ordini professionali (es. ordine dei medici; ostetri-
che sulla nascita), nelle istituzioni culturali, nei luoghi della partecipazione politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. L’Alta Scuola per Donne di Governo comincia qui ma non nasce da qui: ha una storia lunga come la genealogia femminile, una pratica articolata e radicale come quella del femminismo della differenza, un pensiero dell’esperienza capace di profondità e autorità. Da It’s time, è ora, a time’s up: il tempo è scaduto. Ora è il tempo dell’autorità femminile, le donne parlano, facendo un passo avanti d’autorità. Le Accademie, nel disordine della formazione femminile in cui, ancora oggi, le donne non sono contemplate e le pratiche disperse, si volgono al sapere dell’esperienza e chiamano a raccolta le capacità sparse nel mondo per ri-governare il mondo.”

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