Approfondimenti
Diotima e la civiltà della conversazione

Conversazione tra Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli su Il Manifesto del 18/01/2020

Sarantis Thanopulos: «Uno dei punti forti del tuo discorso, Annarosa, è la critica al concetto di rappresentanza democratica così come è stata forgiato dalla cultura politica maschile: l’incarnazione simbolica della nazione/popolo nei suoi rappresentanti. La rappresentanza come incarnazione, fa del parlamento una figura sostitutiva del Dio/Re, certamente eleggibile e revocabile, ma pur sempre esautorante, in varie misure e modi, i rappresentati. Giacché il problema di qualsiasi rappresentanza incarnata (indiretta) è che l’incarnazione in una persona o istituzione della volontà politica di tutti tende a disincarnare la loro esperienza di vita. Questo problema non si risolve con l’articolazione tra gli organi politici elettivi e le forme di democrazia diretta, assembleare. È necessario piuttosto che il funzionamento dei primi come delle seconde riprenda le forme di dialogo che tessono le trame delle relazioni conviviali, dei piccoli spazi di incontro che rendono abitabili e sensati i grandi spazi della vita collettiva. Le forme del dialogo imposte dalla genealogia maschile della politica, sono retoriche, mirano, tramite persuasione, al consenso. Una democrazia vera, fondata sul dialogare tra i sessi, deve ispirarsi alla conversazione femminile: essa non mira a convincere, ma sposta lo sguardo, lo spiazza e obbliga i dialoganti a continui riposizionamenti. Mi chiedo se la tua definizione della sovranità a radice femminile, nella regolazione degli scambi umani, come passaggio dall’essenziale al superfluo (saltando l’utilitarismo) non rifletta una qualità presente nel modo di conversare delle donne: cogliere il punto sostando nel piacere del ricamo, il dire che fa persistere il gioco dell’intesa senza preoccuparsi della propria “efficacia” persuasiva.»

Annarosa Buttarelli: «Nella conversazione politica tra donne non ho mai incontrato intenzioni persuasive, forse perché, come fai notare, la persuasione frequentemente ha un obiettivo utilitaristico che non disdegna la manipolazione della realtà e della verità. La comunità filosofica Diotima con cui lavoro ha un metodo dialogico circolare che ha come unico impegno di aiutare il nascere della verità soggettiva e dell’esperienza. Non a caso ci ispiriamo a Diotima, maestra di Socrate e forse maestra di una differente democrazia. Si tratta di un metodo rigoroso che potrebbe riportare la politica a fare i conti con la condizione umana quotidiana. Benedetta Craveri ha chiamato “civiltà della conversazione” l’impresa delle Preziose che in Francia, nei loro salotti tra XVII e XVIII secolo, hanno cercato di “incivilire” la corte dell’epoca, popolata da nobili sciatti, violenti, incolti, manipolatori, capaci solo di tresche e di gozzoviglie. Le Preziose lo hanno fatto attraverso il rinnovamento del linguaggio e del modo di conversare. Non ci vedi un’analogia con le necessità di incivilire i maschi di oggi al potere? Stiamo parlando di una delle “potenze” femminili che riescono ad agire senza avere potere funzionale. Il tema della civiltà della conversazione ha diretto rapporto con la trasformazione delle pratiche della rappresentanza. Nella genealogia filosofico-politica femminile non c’è l’ambizione di “incarnare” le funzioni associate a posti di potere e di rappresentanza, non c’è la smania di appropriarsi personalmente di prerogative, di privilegi. Una possibile rifondazione sarebbe quella di imparare a parlare politicamente nella prossimità e nel “piccolo”, in modo da rendere diffusa la posizione di governo. Hannah Arendt aveva indicato qualcosa di simile a questa modalità interpretata come democrazia partecipativa. Ma la Arendt aveva sottovalutato una sua stessa lezione: bisogna coniugare il “prossimo” e il “diffuso” con il ripristino del senso dell’autorità. Per la precisione, sostengo che senza il senso dell’autorità di radice femminile, anche la democrazia partecipativa fallirebbe.»

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