Approfondimenti
La sapienza delle donne contro i populismi

Elvira Federici

Leggendaria 126/novembre 2017

A distanza di soli 4 anni (2013-2017), esce una nuova, aggiornata, edizione di Sovrane della filosofa Annarosa Buttarelli. Di cosa è segno questa necessità di aggiornamento, se sappiamo di essere di fronte a un libro di filosofia e politica dal pensiero profondo e dal respiro lungo? Cosa è cambiato, e con quanta rapidità, perché l’autrice, dopo aver seguito il libro «in ogni angolo d’Italia», incontrando donne e uomini tanto esasperati quanto appassionati della politica, abbia sentito il bisogno di aggiornarlo? Si tratta di un aggiornamento che merita una speciale attenzione; per questo torniamo a Sovrane, commentato in prima edizione sul numero 109/2015 di Leggendaria da Monica Farnetti.

Se la cifra della prima versione era quella di una «conversione trasformatrice», del salto in una nuova forma mentis, un cambiamento dello sguardo, capace di andare oltre marxismo e neoliberismo, sguardo che tenga insieme la trasformazione di sé e la trasformazione del mondo, nella nuova edizione aggiornata l’autrice esplora l’onda lunga degli effetti della globalizzazione e della crisi, non solo economica, che sferza le vite da quasi dieci anni con i suoi esiti, nella politica e nella relazione con il potere.

Buttarelli registra che «i filosofi si sono rimessi a cercare il segreto della “vera” rivoluzione, persistendo con una certa ammirevole tenacia a non voler imparare dalle donne, che conoscono il segreto, avendo realizzato quella che si può considerare l’unica rivoluzione compiuta della storia» (p.10), aggiungendo un’Introduzione e dando autonomia con un ulteriore capitolo, il settimo, all’originario paragrafo dal titolo Donne e popolo. Qui sviluppa la riflessione sul significato di “populismo”, parola antica risorta in questo scorcio di anni per evocare l’ambiguità della massa e della ricerca di consenso da parte del potere. Prima di giungere a questo nuovo capitolo conclusivo però sarà bene riattraversare gli altri e rileggere questo lavoro, intatto nella forza politica e teoretica – di un’opera di filosofia si tratta, di pensiero dell’esperienza si tratta – mentre ribadisce le implicazioni simboliche e politiche dell’autorità femminile, non potendo ascrivere alla compiutezza della rivoluzione un mutamento nel pensiero neutro-maschile che, nonostante l’indiscutibile crollo del patriarcato, imperversa, teorizza, agisce, nell’economia, nella politica, nella vita come se la rivoluzione delle donne non ci fosse mai stata; senza, appunto, mai imparare dalle donne.

Riprendendo Nicole Loraux, Buttarelli ci ricorda che la democrazia cui ci si compiace di riferirsi è quella raccontata da Platone quando evoca la riconciliazione del 403 a.C., dopo la cacciata dei Trenta tiranni, riconciliazione che riguarda i maschi (andres) «imparentati da una comunità di razza» e postula la fraternità da cui deriva l’isonomia, l’uguaglianza politica. Questo patto scongiura la guerra civile, la lotta tra fratelli di sangue. La democrazia non è quindi un’istituzione politica ma ciò che sancisce la supremazia (kratos) di chi ha vinto su un nemico interno e il voto sancisce una possibilità di separazione dei fratelli non più sanguinosa ma mitigata dalla legge della maggioranza.

Le donne? Gli uomini ateniesi, fratelli nati direttamente da un’unica madre, dalla Madre Terra, si costituiscono in comunità di identici, cancellando il contributo delle donne. In accordo con Pateman «all’origine del contratto sociale c’è un rimosso: il contratto sessuale». (p. 27). Così la Storia, quella su cui l’uomo occidentale secondo Zambrano «ha basato tutto il suo essere», si costituisce e si narra come il continuo ripresentarsi della violenza sanguinaria. Paradigma della Storia, in effetti, è la distruzione: i fatti non sono che sequenze di guerre, saccheggi, genocidi, distruzioni. «Nella frenesia di riempire il mondo di fatti» si è cancellata la vita, la vita quotidiana, la sua realtà «il rispetto da riguadagnare verso la vita in generale»: cancellate le donne e il loro intessere la vita, «nel desiderio di strappare alle donne il potere di creare» (p.64).

La Storia, sulla scorta del pensiero di Zambrano e della ricerca di Pateman, segnala il tarlo che rode il patriarcato, senza ancora demolirlo: non ci sarà trasformazione effettiva fino a quando il paradigma della Storia come creazione di fatti (e come progresso) e l’isonomia intrinseca alle istituzioni politiche della rappresentanza e della democrazia, continuerà ad operare neutralizzando il pensiero e il sapere delle donne, la cui storia si vorrebbe «apocrifa», non rivelata. E dunque la politica ha bisogno «di un’altra forma di sovranità» che rechi le tracce della libertà femminile, che ha scosso radicalmente i principi di autorità nella famiglia e nel corpo sociale ma non ancora nelle istituzioni politiche.

Intatto, in Buttarelli, è il richiamo, in una stagione del femminismo che sembra non voler farci più i conti, alla differenza femminile che non è un’ontologizzazione di qualità e attribuzioni di genere, perché non preesiste né alle pratiche né ai significati simbolici che produce; si rappresenta come scarto, eccedenza non istituzionalizzabile, oltre e non contro la legge, vicina, più che al declinarsi e al parcellizzarsi dei diritti, all’obbligo «verso l’essere umano in quanto tale» che non si fonda «né sulla struttura sociale, né sui rapporti di forza… né su alcuna convenzione» (Simone Weil, p. 77).

Differenza di «una sovranità a radice femminile» che si riconosce nella scienza della vita quotidiana; ricolloca le radici del pensiero nell’esperienza; immagina la politica non come ricaduta del potere su altri ma come autorità relazionale e considera l’uguaglianza un bisogno dell’anima, per la dignità del vivere che presidia la libertà e la singolarità di ciascuna/o. Buttarelli ribadisce proprio attraverso la lettura finissima di Weil e Zambrano (non esattamente filosofe femministe!) la forza euristica e creativa della differenza. Quanto alla differenza femminile, essa accade all’incrocio della storia, della biologia e del linguaggio collocandosi nella sapienza del vivente, nella scienza della vita quotidiana ove patire, pensare, agire, governare (e ri-governare!) sono le condizioni per non separarsi dalla realtà per via di astrazione e neutralizzazione.

La postura differente nella dimensione della politica e la rinuncia alla presa totalizzante della realtà fa accadere miracoli, come quello che registra il filosofo Zizek (p. 220) nell’abbraccio di una donna palestinese con una lesbica ebrea durante una manifestazione contro il Muro o le pratiche della sindaca di Barcellona Ada Colau che permette di sperimentare forme innovative di partecipazione dei cittadini e, persino, a proposito dell’evocato spettro del populismo, una lettura diversa dello stesso a partire dalle parole dell’autobiografia di Evita Perón, che raccontano altro dalla vulgata maschile focalizzata su Perón e il peronismo.

«Strappare il popolo al populismo […] ha bisogno di donne sapienti, uomini risanati dalla misoginia millenaria, intellettuali in grado di cambiare il proprio profilo antropologico» (p. 222), per sottrarre l’idea di popolo a quella di massa, come è accaduto – accade? – per le donne, indifferenziato magma invece che cosmo di singolarità.

A questa autorità, che legge e ri-legge incessantemente il mondo, sparigliando le convenzioni del pensiero e delle codificazioni maschili della politica, si rifà Buttarelli attraverso l’amorosa acribia dei testi e la spiazzante testimonianza delle voci di pensatrici e filosofe, e la sentiamo come necessaria.

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